Lettera aperta a tutti i medici

considerazioni circa la morte di un amica ...

Carissimo dott. Simoncini, 

Prima di tutto le presentazioni, per chi mi leggerà e non mi conosce. Mi chiamo xxxx xxxx, sono un giornalista divulgatore medico scientifico che collabora con varie testate a diffusione nazionale. Faccio questo mestiere da circa 15 anni e, nonostante le mie conoscenze specifiche non possano nemmeno lontanamente essere paragonate a quelle di un medico, egualmente mi sento nelle condizioni di esprimere alcuni pareri generali nei confronti della materia. 

L’occasione per cui Le scrivo, come lei già sa, è dovuta ad un fatto privato. Al decesso per un carcinoma mammario metastatizzato al fegato, che ha colpito una persona a me vicina. 

La persona in questione, di cui ometto il nome, è stata curata solo ed esclusivamente con metodi tradizionali: operazioni, chemioterapie, terapia del calore. Non abbiamo avuto la possibilità di tentare anche il Suo metodo terapeutico perché la malattia era ad uno stadio troppo avanzato quando ho avuto il modo di avvicinami alle Sue teorie. 

Ripeto che in questa sede non voglio e non intendo prendere posizione a favore dell’una o dell’altra scuola di pensiero. Non sono un sostenitore dell’una o dell’altra parrocchia e non è mio interesse essere catalogato tra i sostenitori di un approccio piuttosto che di un altro. Mi creda, non è un modo come un altro per lavarsi le mani da una scelta di campo: è solo il riconoscimento di un mio limite culturale che mi impedisce, allo stato, di convincermi per una tesi piuttosto che per un’altra. 

L’argomento che vorrei trattare nella mia lettera aperta, dopo questa lunghissima prolusione, è quello che riguarda il senso stesso della medicina e della figura del medico. Partirei da una considerazione tratta dall’esperienza appena vissuta. Il primario di oncologia dell’Ospedale dove questa signora si è spenta è un oncologo stimato, proveniente dall’Istituto tumori di Milano. Nel momento in cui si parla di questo medico, non si trascura mai di omettere il suo pedigree professionale, quasi che questo fosse sinonimo di competenza e qualità assoluta. Non voglio mettere in dubbio le capacità della persona in questione, ma è l’atteggiamento a lasciarmi perplesso: è lo stesso principio per cui una persona deve essere valida perché “viene da una buona famiglia” o “ha frequentato scuole di alto livello”. La domanda sorge legittima: la “buona famiglia” è stata capace di trasmettere valori positivi? La “scuola di alto livello” è stata seguita con profitto? Il punto dove voglio arrivare è il seguente: in oncologia – ma non solo, il discorso riguarda tutta la medicina – sembra che la cosa più importante sia la casta di appartenenza e non il valore intrinseco dell’individuo. 

Questo è il frutto di un equivoco di fondo: quello per cui si vuole far credere che la medicina sia una scienza esatta, mentre invece non lo è. La medicina è una scienza empirica, per cui ciò che va bene per un paziente potrebbe non andare bene per un altro paziente. E quindi ritenere di avere fatto il possibile per salvare una persona attenendosi rigidamente a dei “protocolli di cura”, significa avere abdicato alle proprie capacità intuitive e fare solo il “compitino”, il minimo sindacale. 

La medicina pretende di spacciarci per reale un’immagine di se stessa che reale non è: in realtà la medicina non è una scienza. È un’arte. È un’arte particolare che si può esercitare solo con salde conoscenze scientifiche, ovviamente, ma allo stesso tempo deve esistere nel medico una qualità unica, un istinto, una particolare forma di empatia nei confronti della malattia (oltre che del malato, ovviamente) che concorrono a fare di un laureato in medicina un vero medico. 

I protocolli di cura non sono terapie. Sono statistiche. È questo l’altro grande equivoco. I protocolli non tengono conto di un fatto, quello per cui la malattia non è democratica. Colpisce quando le condizioni sono adatte a colpire: la riduzione dei malati a massa statistica è un errore concettuale inaccettabile che alla fine giustifica storture macroscopiche, quando si parla del singolo caso. 

Un esempio? Eccolo. Quello di uno dei più blasonati nomi dell’oncologia italiana che, dopo un consulto privato senza visita alla paziente di cui ho già detto - ma solo per presa visione delle cartelle cliniche - ha chiesto 450 Euro alla famiglia (poi contrattati a 300, come in un suk). Ma ciò che è peggio è che ha chiesto i 450 Euro dicendo chiaramente che i colleghi avevano fatto quello che dovevano fare e che altro non ci si poteva inventare. Insomma: 450 Euro per firmare il certificato di morte. A questi livelli di squallore è arrivata l’oncologia? E dove sono i cronisti d’assalto di striscia la notizia, in questi casi? 450 Euro per 20, 30 minuti di tempo senza avere nemmeno un’idea alternativa - quando la signora era viva e attiva, autosufficiente, conduceva una vita di società e andava a teatro una volta a settimana - sono giustificabili? Perché le parcelle dei baroni della medicina non sono considerate un ladrocinio a pieno titolo e delle prestazioni gratuite fornite da parte di medici non allineati con il mainstream oncologico sono guardate con sospetto? 

È questo che mi sfugge, dottor Simoncini. 

Io voglio davvero credere che non ci fosse altro da fare. Che è stato fatto il massimo. Che viviamo nel migliore dei mondi possibili e che la medicina arriverà presto a garantire quantità e qualità di vita anche in campo oncologico, così come ha fatto in altri campi. Non scrivo allo scopo di contestare il progresso e pensando che si stava meglio quando si stava peggio. Scrivo solo per dire che fino a che i medici per primi non si renderanno conto che sono investiti di una responsabilità che va oltre il semplice rispetto del protocollo, che sono chiamati a vivere a contatto con la malattia (per conoscerla, studiarla, relazionarsi a lei come ad un ente che insieme al corpo del malato si evolve) perché questo hanno scelto di fare nella vita, allora non riusciremo ad avere una vera medicina se non quella utile per eliminare verruche, unghie incarnite e, alla meglio, calcoli, ernie e appendiciti. 

Se il medico vuole davvero essere tale deve rendersi conto che non solo ha la responsabilità, ma il diritto e in fondo anche il dovere di tentare, sulla base delle sue conoscenze, ogni strada possibile per la cura del malato. L’autostrada dei protocolli è tanto comoda, ma impedisce di guardare il paesaggio umano dove la malattia nasce, cresce, si evolve e conduce. Esorto ogni medico a pensarsi artista. Certo, anche in questo campo avremo quelli capaci di capolavori assoluti ed altri onesti imbianchini. Ma almeno, qualsiasi sia la capacità di base, potremo comunque ringraziarli per l’impegno. Che non sarà mai stato inferiore alla loro intelligenza. Ed accetteremmo anche con più serenità gli sbagli, i vicoli ciechi. Perché riconosceremo in loro gli stessi dubbi e insicurezze che ha ognuno di noi. Piccoli uomini capaci talvolta di grandi imprese. 

Le auguro di essere l’artista che molti cercano. 

Cordialmente, xxxx xxxxxx

Questa lettera è stata presa dal sito: http://www.curenaturalicancro.org